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Published on gennaio 17th, 2015 | by Il Birrafondaio

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Accise birra, sottosegretario De Micheli: non fermano consumi. Assobirra: nel complesso danneggiato il settore

L’aumento dell’accisa sulla birra non provoca un calo dei consumi e la prova è che al primo innalzamento di questa tassa degli ultimi anni, nell’ottobre 2013, è seguito un periodo di crescita significativa delle entrate per le casse dello Stato. La presa di posizione, la prima del governo Renzi negli ultimi mesi sulla questione nonostante le ripetute sollecitazioni, è del sottesegretario all’Economia Paola De Micheli che, rispondendo in Commissione Finanze ad una risoluzione presentata dal Movimento 5 Stelle su questo tema, si è espressa in maniera netta, spiegando che “il trend di crescita da gennaio a giugno del 2014” è “pari al 18 per cento circa rispetto allo stesso periodo dell’anno 2013”. Dopo aver rinviato per mesi il dibattito sulla risoluzione, sostenendo di voler trovare una soluzione, attraverso le parole di De Micheli l’esecutivo stavolta ha preso una posizione piuttosto netta ed esplicita, contestando le osservazioni fatte da più esponenti dell’opposizione e i dati degli studi che questi hanno portato a sostegno della propria tesi, sottolineando la mancanza da parte dei proponenti di indicazioni su come reperire coperture alternative. “Ogni eventuale determinazione in tal senso – ha detto il sottosegretario a Montecitorio – richiederebbe contestualmente la necessità di individuare opportune misure compensative delle minori entrate derivanti dal mancato aumento delle aliquote disposte per legge”.

Sulla perdita di competitività rispetto alla concorrenza straniera, De Micheli ha poi sottolineato come l’accisa diventi “esigibile nello Stato membro in cui avviene l’immissione in consumo con l’aliquota in vigore in quello Stato membro e che, pertanto, anche le birre provenienti da altri Stati membri commercializzate nel territorio italiano devono assolvere l’aliquota prevista dalla legislazione nazionale”.

Quindi l’esponente del governo ha voluto smentire quanto sostenuto dal Centro studi Ref ricerche, in un analisi commissionata da Assobirra, secondo cui, a causa degli aumenti delle aliquote di accisa sulla birra, sarebbe in atto una contrazione dei consumi del prodotto con conseguente flessione del gettito erariale: “In base all’analisi dei dati rilevati dalle deleghe di pagamento F24, il Dipartimento delle finanze riferisce che, nel periodo compreso tra ottobre 2013 e giugno 2014, il gettito derivante dalle accise sulla birra ha registrato invece un aumento di 49 milioni di euro rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente”. De Micheli sostiene quindi che” il trend di crescita da gennaio a giugno del 2014, pari al 18 per cento circa rispetto allo stesso periodo dell’anno 2013, sia tale da far ritenere realizzabile il maggior gettito stimato in sede di relazione tecnica relativamente ai provvedimenti che hanno disposto gli aumenti delle aliquote d’accisa sulla birra”.

Dopo aver atteso per mesi un segnale, dunque, le parole del sottosegretario sembrano chiudere le porte a qualunque passo indietro da parte del governo, forte della convinzione che la misura introdotta porterà benefici alle casse dello Stato senza incidere sui consumi.

Abbiamo chiesto ai principali sostenitori della campagna contro l’aumento dell’accisa, ovvero Assobirra, una risposta sulle affermazioni di De Micheli. Queste le parole del direttore generale dell’associazione confindustriale, Filippo Terzaghi: “Il dato esposto è corretto, ma ci sono due commenti da fare. In primis, la quota di birra importata continua ad aumentare proprio grazie all’aumento delle accise: infatti, proprio grazie all’accisa sempre più elevata, le birre prodotte in quei Paesi nei quali può essere denominata tale una birra con grado plato fra 6 e 8 (e che possono entrare nel nostro mercato grazie alla libera circolazione), godono di un vantaggio sempre maggiore: infatti un’accisa più elevata rende le loro birre, con un grado plato inferiore fino a 4,5 rispetto ai nostri 10,5 (minimo di legge), sempre più concorrenziali rispetto a chi le produce in Italia, che deve pagare 3,04 moltiplicato, almeno, per 10,5 (e non per 6,7 o 8 come accade per alcune di quelle importate).

“In secondo luogo – prosegue Terzaghi -, inviterei il governo italiano a voler prendere in esame il gettito Iva: con l’aumento del costo fiscale e quindi dei prezzi di vendita, il consumatore ‘si è fatto lo sconto da solo’: in Italia il segmento delle birre private labels ed economy è esploso, raddoppiando in due anni dal 4 all’8%, mentre il segmento delle birre Premium e Superpremium è a sua volta calato analogamente. Si è verificato quindi uno spostamento verso la parte bassa del mercato da parte dei consumatori: coloro che consumavano birre premium consumano ora birre in gergo commerciale definite main stream oppure private label/economy. Ciò ha comportato una riduzione del fatturato netto di vendita finale del comparto birrario stimata in circa 400 milioni di Euro nel canale ho.re.ca, cosa che ha generato una stimata riduzione di gettito Iva per l’erario in quel canale di 40 milioni (tasso Iva del 10%); nel consumo casalingo (birra acquistata nella grande distribuzione/commercio al minuto), la contrazione stimata del fatturato di vendita è di circa 217 milioni, con un mancato gettito Iva (22%) di circa 48 milioni. La somma totale della riduzione del gettito Iva nei due canali commerciali è quindi di 88 milioni, ben superiore all’incremento degli incassi derivanti dalle accise”.

Secondo Assobirra, quindi, non è affatto certo il vantaggio per le casse dello Stato di un nuovo aumento dell’accisa come quello appena entrato in vigore. Secondo l’associazione “Ciò avvalora sempre più la necessità che le stime che l‘Esecutivo fa tengano conto di tutti i fattori che entrano in gioco e come le modifiche causate dagli innalzamenti della pressione fiscale incidano sui comportamenti di acquisto dei consumatori, sottolineando che questi dati non tengono conto delle altre imposte che gravano sul comparto e che, se considerate in toto, renderebbero ancor meno conveniente la scelta fiscale adottata dal legislatore”.

Terzaghi ci tiene poi a ribadire il concetto che “come tutte le tasse indirette, anche l’accisa colpisce allo stesso modo il ricco come il povero, andando quindi a gravare proporzionalmente sempre più sulle tasche dei cittadini con basso reddito. E tutto questo prescinde anche dalla clamorosa ingiustizia di una bevanda sempre più tassata allorché le bevande concorrenti non sono soggette ad alcuna tassazione specifica”.

Palazzo_Montecitorio

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2 Responses to Accise birra, sottosegretario De Micheli: non fermano consumi. Assobirra: nel complesso danneggiato il settore

  1. uolter says:

    Invece di fare molti conti a livello nazionale di aumento di accise e diminuzione di entrate pensiamo alle esigenze della microbirreria.
    Aumento accisa=aumento del costo del prodotto. Il punto di pareggio si alza e la microbirreria ritarderà a ottenere profitto… Il settore avrà crescita strozzata.
    Passare alla liquidazione e al pagamento dell’accisa nel mese successivo alla produzione vuol dire mettere le mani in tasca al birraio.. e anche in modo pesante poiché se la birra prodotta non sarà venduta entro il 15 del mese successivo avrò l’uscita di cassa per l’accisa pagata mentre il magazzino si starà svuotando sempre allo stesso modo. Come un fornitore che ti ha sempre concesso un pagamento a 90gg e poi passa a 15-30 gg. Più magazzino più fido in banca più interessi da pagare. Saranno contente un’ altra volta le Banche.
    E poi non si ricorda mai che il vino non paga accisa.. Cioè è soggetto ad accisa ma questa è pari a zero.. Se questa non è una lobby. Cominciate a prelevare un minimo anche da lì.. Cosicché la concorrenza sia un po’ più leale.

  2. Francesco says:

    In italia da soli non ce la farete MAI. La lobby dei produttori di vini (tra cui figurano anche noti politici) e il fatto che la cultura della birra non sia cosí radicata, faranno in modo che tutto rimanga come prima. Risultato: birra in italia cara e scadente, si, perché le accise alte spingono i produttori ad usare succedanei e a far “birre” con mais e riso. I prodotti di nicchia ci sono, e pure ottimi, ma non posso accettare di bere ogni giorno 1 bottiglia che costa 4 euro. La soluzione? Cercare un motivo legale contro questa differenza di trattamento tra vino e birra e fare ricorso ad organismi EU, che, pur coi loro difetti, sono lontani anni luce dai meccanismi italioti. Se presentate un ricorso in italia state certi che la cosa subirá “ritardi”, “inconvenienti” perché ci sono “amici”, “notabbili”. Inzomma ci siamo capiti? Bacio le mani a Vossia

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