Interviste

Published on agosto 5th, 2015 | by Il Birrafondaio

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Birra artigianale, i numeri di microbirrifici.org: crescita non si ferma. Beer firm 50% delle nuove aperture

Nei giorni scorsi vi abbiamo mostrato l’istantanea del mondo della birra italiana scattata dal Report di AssoBirra. Uno strumento utile per comprendere le dinamiche generali del settore ma che manca di un focus sull’aspetto a noi più caro, quello della birra artigianale.

Per approfondire questo punto abbiamo chiesto l’aiuto di Davide Bertinotti, fondatore di microbirrifici.org, che rappresenta senza dubbio il più importante e completo database sulla produzione artigianale nel nostro Paese.

A Davide abbiamo chiesto di aiutarci a capire quali sono le tendenze, le novità e le prospettive di questo mondo.

“È ormai da qualche hanno che operatori e commentatori insistono nel dire che la crescita del numero di produttori e di etichette è eccessiva. Tanti profetizzano l’esplosione di questa ‘bolla’ che provocherebbe la chiusura di tante aziende. Possiamo tranquillamente dire, che ad oggi, questo non sta accadendo; anzi siamo ancora in una forte crescita: riceviamo segnalazioni di nuove aperture da ogni parte d’Italia e posso affermare che la crescita c’è e ci sarà anche nel 2015. Nonostante le problematiche generali legate alla situazione economica del Paese, il settore continua a tirare”.

Se la tendenza rimane quella di una crescita del numero di produttori la composizione di queste nuove imprese sta però cambiando.

“Questo è vero. Nella prima fase le aperture erano quasi tutte costituite da birrifici con locali di mescita, ovvero brewpub; da un certo punto in avanti però, direi attorno al 2007, il numero di microbirrifici ha superato quelli del brewpub ed è andato crescendo rapidamente. Negli ultimi anni invece si è fatto spazio il fenomeno delle beer firm che, superate le titubanze iniziali, dal 2012 viaggia da allora su ritmi molto alti, con un aumento di quasi il 100% ogni anno.

L’anno scorso il numero di beer firm ha superato quello dei brewpub e ad oggi questo trend non sembra interrompersi. Negli ultimi tre-quattro mesi le nuove aperture sono rappresentate al 50% da beer firm. Il risultato è che, ad oggi, questo tipo di impresa ha superato abbondantemente le 200 unità mentre i brewpub sono arrivati a circa 150″.

Ci dai qualche dettaglio sui numeri attuali?

“Il nostro sito all’inizio di agosto lista 981 aziende, ma comprende anche i birrifici chiusi che sono circa 160. Possiamo quindi ragionare su circa 800 aziende attive nel settore di cui poco meno di 500 microbirrifici, circa 220 beer firm e 140 brewpub”.

È un numero certamente impressionante, soprattutto se lo si mette in relazione con i volumi produttivi, che secondo il Report Assobirra, nel 2014 non superavano i 400mila ettolitri.

“Certo il numero fa effetto, soprattutto se si prendono in considerazione altri Paesi europei dove a fronte di consumi molto più sostenuti e di volumi prodotti molto più alti, il numero di aziende attive è estremamente ridotto. Penso ad esempio al Belgio dove ci sono 150 birrifici. È un dato di fatto che c’è un problema di dinamismo produttivo, che si ripercuote poi inevitabilmente sul costo al bicchiere”.

Allo stato attuale però emerge in maniera significativa il dato sulle chiusure che, in relazione ala crescita del numero di aziende, rimangono decisamente poche. Voi avete fatto un’analisi anche su questo aspetto e a quanto pare i primi tre anni di attività sono quelli decisivi.

“Abbiamo fatto uno studio sulle chiusure avvenute negli ultimi 20 anni e abbiamo visto che il grosso degli abbandoni avviene entro il terzo anno, anche se in realtà ritengo che si tratti di un andamento che si può generalizzare: le aziende che chiudono tendono a farlo in breve tempo, per errori di progettazione e di business plan”.

Vorrei concentrarmi ora sul fenomeno nuovo quello delle beer firm. Nel mondo della birra artigianale c’è chi lo contesta duramente, ritenendolo un sorta di “concorrenza sleale” nei confronti dei microbirrifici, e chi invece lo vede come un primo passo, che riduce enormemente i costi legati al’avvio dell’impresa. Di fatto sposta degli equilibri: per un microbirrificio dover sfidare un concorrente che non ha una serie importante di spese fisse, soprattutto per chi è partito da poco è deve quindi ammortizzare spese ingenti, diventa molto difficile.

“Creo che su questo aspetto vada fatta un riflessione: bisogna dividere gli imprenditori che tentano di partire facendo un passo per volta, magari in attesa di un finanziatore che contribuisca a sostenere la spesa dell’acquisto dell’impianto, da chi invece cavalca la moda del momento mettendo il proprio nome su dei prodotti, il cui contenuto non ha contribuito minimamente a elaborare e a progettare. Penso in questo senso a molti imprenditori che provengono dal settore vitivinicolo e che entrano nel mondo della birra senza avere le conoscente tecniche necessarie, ma che dispongono di una catena distributiva già ben avviata che gli consente di essere presenti sul mercato in maniera capillare.

Il fenomeno ha dei pro e dei contro: spesso quando ci si trova di fronte ad una birra di una beer firm, si tratta di un prodotto non pensato e non progettato, fatto solo per cavalcare l’onda, d’altro canto ci sono molti produttori che nell’affitto del proprio impianto a terzi trovano una ragione di sopravvivenza. Diventa un modo per arrivare a fine mese. Non mi sento di buttare la croce addosso al fenomeno: certamente ci sono dei lati negativi ma per alcuni aspetti svolge un ruolo importante.

Riguardo al primo aspetto che sottolineavi, quello relativo alle beer firm come ‘primo passo’ a livello imprenditoriale, posso dire che questo, secondo i nostri dati riguarda circa il 10 per cento del totale”.

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