Birre

Published on novembre 28th, 2014 | by Il Birrafondaio

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BrewDog Tokyo*

Articolo tratto da Una Birra Al Giorno

Quando si parla di BrewDog si finisce spesso, se non sempre, per andare oltre il semplice argomento birra ed occuparsi di polemiche, provocazioni ad hoc, strategie di marketing.
Facciamo un passo indietro a (solamente) 6 anni fa, anche se ne sembrano passati molti, molti di più, leggendo quest’articolo di Cronache di Birra. L’allora giovanissimo birrificio scozzese (nato nell’aprile del 2007) aveva “scandalizzato” l’opinione pubblica per avere realizzato una imperial stout chiamata Tokyo dal contenuto alcolico del 12%. La stampa (Daily Mirror, The Sun e Financial Times, tra gli altri) e le associazioni scozzesi contro l’alcolismo lanciarono il loro grido d’accusa: una birra inopportuna, quasi “immorale” che,  se diventasse popolare “avrebbe effetti devastanti sulla salute collettiva, nonché sulla vita sociale della nazione e sulla sicurezza per le strade” (sic.). Alla BrewDog probabilmente si stropicciarono increduli gli occhi di fronte alla pubblicità gratuita portata da queste accuse, seguite da interviste su quotidiani e telegiornali. Dopo tutto – risposero –  si tratta di una birra molto costosa (oltretutto prodotta inizialmente solo in 2000 esemplari) che nessuno acquisterà in grandi quantità per ubriacarsi; e che dire, allora, del contenuto alcolico di  una ben più pericolosa bottiglia di vino o whisky?
La Tokyo venne poi replicata l’anno successivo: troppo facile farla uguale, per riaccendere il fuoco delle polemiche (e dei riflettori mediatici) era necessario andare “oltre”. Arrivò quindi la Tokyo* (asteriscata), che con un ABV di 18.2% divenne birra più alcolica mai prodotta in Inghilterra: una bottiglia di Tokyo* conteneva  “6 alcohol units”, ovvero il doppio del dosaggio giornaliero consigliato per un uomo dalle linee guida del ministero della salute del governo inglese.  Per rispondere alle nuove polemiche, BrewDog realizzò quasi contemporaneamente anche la Nanny State, una birra dal contenuto alcolico praticamente inesistente (0.5%); negli Stati Uniti il nome fu invece leggermente modificato da Tokyo* a Tokio*:  per la autorità americane era infatti “ingannevole”, nei confronti del consumatore, chiamare “Tokyo” una birra prodotta in Scozia.
Le polemiche descritte sopra fanno abbastanza sorridere se si considera che nel Regno Unito erano già a quel tempo distribuite birre belghe dal contenuto alcolico non molto distante da quel scandaloso 12%.; a soli cinque anni di distanza, la “craft beer revolution” ci ha abituato a birre dal contenuto alcolico importante e gli stessi BrewDog hanno partecipato per qualche periodo alla folle gara per produrre la birra più alcolica al mondo. Oggi la Tokyo* continua ad essere prodotta con un ABV leggermente inferiore (16.5%) e nella nuova veste grafica inaugurata qualche mese fa dal birrificio scozzese.
La ricetta prevede malti Maris Otter, Dark Crystal, Caramalt, Chocolate e Roast, la luppolatura è di Galena; vengono utilizzati gelsomino e e mirtilli rossi (cranberries) e la birra matura poi su trucioli tostati di quercia.

 

BrewDog Tokyo

 

Bottiglia del 2012, questa Tokyo* riempie il bicchiere di un minaccioso liquido denso color marrone scuro; la schiuma beige  sorprendentemente generosa per 18.2%, fine e cremosa, con una discreta persistenza. L’aroma, che fa capolino già mentre si versa la birra, è dolcissimo: superata l’iniziale “botta” etilica, predominano le note di porto e di vino passito, caramello,  uvetta, datteri disidratati e prugna secca. Ancora più in secondo piano c’è una leggera ossidazione (cartone bagnato), e qualche sfumatura di legno bagnato e di cuoio; nel complesso l’aroma è ricco, quasi “grasso”, non particolarmente elegante.  Il primo sorso serve soprattutto per abituare il palato all’estrema dolcezza ed alcolicità di questa imperial stout; voglio infatti soffermarmi un po’ di più sul “mouthfeel” (sensazione palatale) prima di passare a descrivere il gusto. Il passo da compiere è di andare oltre lo “shock palatale” e riuscire a “masticare” una birra dal corpo pieno e dalla consistenza impressionante, viscosa, poco carbonata e morbida. Il palato viene avvolto da una coltre dolce, a limiti della stucchevolezza, quasi appiccicosa: ma proprio quando sembra essere “troppo”, arriva fortunatamente l’ondata alcolica finale a lavare e poi ad asciugare (quasi) tutto il dolce; sono alcuni istante di quiete, che permettono di gustare il lungo retrogusto, etilico, caldo, avvolgente, dove alla frutta sotto spirito si aggiungono dei piacevoli dettagli fatti di legno, tabacco e cenere. E prima? Il gusto viaggia di nuovo nei territori dei vini marsalati, del porto, con abbondanza di uvetta, datteri e melassa, caramello bruciato, suggestioni di creme brûlé, qualche lieve ricordo di tostatura. L’alcool c’è, inutile negarlo, ma una volta che la bocca si è abituata questa Tokyo* si sorseggia (non si beve!) più o meno con la stessa lentezza di una robusta imperial stout scandinava da 10% o dintorni.
Davvero difficile portare a termine la bottiglia in solitudine: per farlo,  mi sono dovuto arrangiare con quello che avevo a portata di mano e che poi si è rivelato un abbinamento gastronomico particolarmente azzeccato: una generosa porzione di Pampepato ferrarese che ha svolto una duplice funzione a bilanciare e a completare la birra: la “mollica” interna ha assorbito/asciugato parte del dolce e dell’alcool; la calotta esterna di cioccolato fondente, leggermente amara, ha aggiunto un preziosissimo elemento assente nel bicchiere, rendendo la bevuta molto più piacevole e meno monotona.

Formato: 33 cl. alc. 18.2%, IBU 90, lotto 901, scad. 16/01/2022, pagata 8.40 Euro (food store, Italia).

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