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Published on marzo 19th, 2017 | by Il Birrafondaio

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La birra al calzino, ovvero il “critico mascherato” del Corriere all’attacco della birra artigianale italiana

“Trovare un prodotto artigianale italiano buono, privo di difetti, stabile, equilibrato, digeribile, a un prezzo congruo è un terno al Lotto. Esiste qualche sana eccezione. Ma è percentualmente minoritaria”.

Sono parole pensanti quelle che Valerio Visintin, critico gastronomico del Corriere della Sera, una delle voci più quotate nel mondo dei giornalisti di settore, dedica al mondo della birra artigianale italiana nell’articolo “L’era della birra al calzino (ma artigianale)” pubblicato nella sua rubrica dal quotidiano milanese.

Visintin critica in maniera estremamente dura la scarsa conoscenza del prodotto da parte dei ristoratori e dei consumatori, ma va anche giù pesante contro i produttori, partendo da un concetto certamente condivisibile “la supremazia pregiudiziale delle birre artigianali è un’utopia”, ma proseguendo con una serie di affermazioni quanto meno discutibili.

“Si sfornano birre alla belga, all’inglese, alla tedesca e così via, secondo codici internazionali che non contemplano alcuna tradizione italiana. Anche quando ci si imbatte in birre di discreta qualità, quindi, il pensiero corre, fatalmente, ai prodotti artigianali di riferimento. Se devo bermi una blond o una tripel, per capirci, tanto vale scegliere un artigiano belga. Berreste volentieri un vino in “barolo style” prodotto in Germania o in Danimarca?”.

Qui il critico del Corriere compie un errore che in molti suoi colleghi (e non solo) tendono a fare: non ha nessun senso il parallelo tra il presunto Barolo tedesco e le Ipa italiane. Da una parte c’è lo strettissimo legame con il territorio delle materie prime, e una tutela di marchi e disciplinari di produzione, dall’altro uno stile di riferimento che può essere declinato in maniera eccellente in diverse parti del mondo. Senza nulla togliere al talento e alle tradizioni dei mastri birrai dei Paesi di grande tradizione, in italiana sono nate eccellenti produzioni di livello mondiale e non necessariamente “estreme”.

Visentin poi aggiunge che: “Rispetto alle grandi marche, la maggioranza delle nostre realtà artigianali manca della forza tecnologica ed economica necessaria per controllare analiticamente la qualità delle materie prime e persino per garantirne la conservazione ideale”.

Se qui il giornalista si fosse riferito allo standard qualitativo e alla capacità di un birrificio di produrre birre sempre dello stesso livello non avrebbe avuto tutti i torti: questo è uno dei più grandi limiti di un gran numero dei microbirrifici italiani. Non è affatto un caso che nei grandi concorsi con assaggi alla cieca siano in pochi a riuscire a ripetersi: uno conto è riuscire a produrre una gran birra (che già non è affatto facile e scontato) un altro e garantire quel livello in ogni singola cotta. Ma Visintin fa riferimento alle materie prime e viene da sorridere: è certamente vero che i grandi gruppi industriali hanno gli strumenti per “controllare analiticamente” quello che usano per produrre la birra, ma sul fatto che scelgano le migliori noi abbiamo un bel po’ di dubbi.

Il critico parte quindi alla carica contro gli appassionati definendoli “birricoli” ironizzando su abbigliamento e abitudini, e questo poteva forse risparmiarselo, per poi concludere sostenendo che nella loro “cameretta, di fianco al saio trappista, brilla in cornice ambrata il santino di Teo Musso, Farinetti del luppolo, imprenditore operaio dal ricciolo malandrino”.

E qui viene da farsi una gran risata, perché se c’è un personaggio che i gli “integralisti” della birra non hanno in gran simpatia è proprio Musso.

Detto questo Visintin, esasperando i toni, muove anche molte critiche sensate, quando parla di scarsa conoscenza e attenzione nella selezione da parte di tanti ristoratori o quando se la prende con l’eccessiva voglia di stupire e di andare alla ricerca di birre “estreme” da parte di tanti nuovi produttori, Allo stesso modo è un dato di fatto che l’essere “di tendenza” della birra artigianale abbia creato mastri birrai improvvisati e determinato lo sbarco nel settore di soggetti più interessati al business che alla qualità. Del resto chi ascolta le radio private romane avrà forse ascoltato lo spot di un ristorante-pizzeria che si vanta di servire i prodotti del “birrificio artigianale Angelo Poretti”.

Per tornare alla durissima frase citata in apertura, però, noi del Birrafondaio vorremo chiarire che, se vuole bere un’ottima birra artigianale italiana, più di qualche consiglio siamo in grado di darglielo e non si tratta di birre al calzino.

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