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Published on luglio 29th, 2014 | by Il Birrafondaio

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Report Assobirra, il settore resiste alla crisi ma cambiano i consumi

La crisi economica che continua a schiacciare il nostro Paese, e che si riflette anche su tutto il comparto agroalimentare, non sembra colpire in maniera altrettanto forte il settore della birra. Consumi e produzione rimangono sostanzialmente stabili così come regge il nostro export, che pure registra un nuovo calo. In calo anche l’occupazione, indotto compreso, passata da 144mila a 136mila unità (4.750 diretti, 12.250 indiretti e 119.000 nell’indotto allargato). A cambiare sono inoltre le scelte dei consumatori, che tendono a scegliere prodotti più economici e a bere la loro birra in casa piuttosto che in un locale. Questa l’istantanea del settore fissata nel Report 2013 di AssoBirra, diffuso oggi dall’associazione.

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Produzione
Nel nostro Paese lo scorso anno erano presenti 16 stabilimenti industriali e 500 microbirrifici che hanno prodotto 13.256.000 ettolitri di birra, praticamente in linea con il 2012 (-0,3%). Poco meno di due milioni di ettolitri (1.927.000 pari al 14,5% del totale) sono stati venduti all’estero mentre il resto ha permesso di soddisfare circa i due terzi della domanda interna, pari a poco più di 17,5 milioni di ettolitri. In crescita (+3,8%) la produzione di malto che ha raggiunto i 673.700 quintali interamente assorbiti dall’industria nazionale.

Export
La tendenza negativa delle esportazioni, già registrata nel 2012 rispetto al record positivo dell’anno precedente (2,1 milioni di ettolitri), si conferma anche nel 2013. Come detto, infatti, i nostri produttori hanno venduto all’estero 1.927.000 ettolitri, pari al 3,3% in meno rispetto al 2012. La principale destinazione delle birre italiane sono i Paesi dell’Unione Europea e la Gran Bretagna, che assorbono il 68% dell’export. Il primo  mercato è quello britannico, che vale da solo quale un milione di ettolitri. Fuori dai confini europei Stati Uniti (170.000 ettolitri) e Sudafrica ( 162.000) sono i principali mercati.

Import
Nel 2013 l’importazione di birre estere ha raggiunto i 6,175.000 ettolitri, un dato in praticamente in linea con quello dell’anno precedente (+0,3%). Il principale Paese esportatore di birra in Italia si conferma la Germania, con 3.140.000 ettolitri pari al 50,8% totale, seguita da Paesi Bassi (9,3%), Belgio/Lussemburgo (7,3%), Danimarca (5,6%), Slovenia (4,7%), Polonia (4,3%) e Gran Bretagna (4,2%). La quasi totalità della birra importata nel nostro Paese, il 96%, proviene da produttori europei. Come era inevitabile la nostra bilancia commerciale registra un aumento del saldo negativo che, raggiungendo i -4.248.000 di ettolitri, risulta cresciuto del 2% rispetto all’anno precedente.

Consumi
Il consumo nazionale si mantiene sostanzialmente stabile, raggiungendo i 17.502.000 ettolitri, segnando un aumento dello 0,3% rispetto all’anno precedente. Praticamente invariato anche il consumo pro capite che passa da 29,3 a 29,2 litri. L’evoluzione più significativa in questo ambito, segnala il Report è quella che si registra attraverso un’analisi qualitativa dei consumi: cresce in consumo domestico (che passa dal 59% al 59,7%) proseguendo la tendenza iniziata nel 2007 quando era al 54,5%. Lo studio registra inoltre uno spostamento degli acquisti dalle fasce più care, le Specialità perdono quasi due punti (dal 13,4% all’11,5%) e le Premium oltre tre punti e mezzo (dal 30,3% al 26,7%), verso quelle più economiche: la categoria Main Stream recupera ben quattro punti (dal 47% al 51%) e le Private Label oltre un punto (dal 6,4% al 7,7%).

L’analisi di AssoBirra

L’insieme dei dati, in particolare quello relativo all’occupazione se uniti al calo di aperture di nuovi microbirrifici registrato all’inizio del 2014 (-65% rispetto ai primi 4 mesi del 2013) impongono una riflessione. “Negli ultimi anni le nostre aziende hanno saputo mantenere posti di lavoro, andando addirittura a crescere grazie anche alla nascita di nuovi piccoli birrifici – spiega il neo presidente di AssoBirra Tommaso Norsa -. Purtroppo il contesto generale ha cambiato lo scenario in cui operiamo. L’aumento delle accise deciso dal Governo secondo lo studio REF Ricerche rischia di incidere anche in termini di occupazione, per questo faremo il possibile per fermare l’aumento del 1° gennaio 2015, come fatto a marzo di quest’anno, evitando così un grave danno per un settore che, per sua natura, è caratterizzato da un’industria non delocalizzabile che va valorizzata al massimo e sostenuta”.

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